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Il dubbio amletico del posto fisso

Tra le molte cose che ci passano per la mente, ce n’è una che risuona più forte delle altre: fare carriera o accontentarsi? Ed è qui che nasce il dubbio.

Essere, o non essere, questo è il dilemma

Infatti, una delle sfide più complesse all’interno della pubblica amministrazione è proprio fare carriera, sia a livello economico (soprattutto, direi) che a livello professionale.

È normale avere dei dubbi, e penso che quando si è giovani, tutto questo venga accentuato. Il desiderio di poter dare ancora molto e di cambiare le cose è molto più forte. Ho avuto la fortuna di lavorare sia nel privato che, ora, nel pubblico, e ho subito notato due grandi differenze nel metodo di lavoro.

Nel privato, il dipendente è il “fulcro”*, mentre nel pubblico è spesso un semplice esecutore di ordini di servizio. Questo può causare problemi in entrambi i contesti. Infatti, avere più margine di azione può aiutare il lavoratore a trovare soluzioni adatte, mentre seguire solo ordini di servizio riduce tutto a una catena di responsabilità (e al rischio del “scaricabarile”).

Nella mia modesta esperienza, ricordo che quando riscontravo un problema nella radio in cui lavoravo, ne parlavo direttamente con il Direttore (sempre molto avanti come mentalità e metodo di lavoro) e, una volta trovata la soluzione, la applicavo subito. Ora, invece, quando si individua un problema, lo si segnala a chi di competenza, che a sua volta avviserà qualcun altro. Questa persona, una volta trovata la soluzione, dovrà attendere l’autorizzazione per procedere, e solo allora si potrà finalmente intervenire.

se sia più nobile nella mente soffrire
colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna
o prender armi contro un mare d’affanni
e, opponendosi, por loro fine? 

È meglio avere una tutela in più, con il rischio di non poter esprimere al meglio il proprio potenziale, o una tutela in meno ma con la possibilità di dimostrare qualcosa? Alla fine, ciò che ci spinge a fare tutto questo è sempre lo stesso: realizzarsi.

Un domani mi piacerebbe svegliarmi in un mondo in cui anche nel pubblico fosse possibile trovare il proprio posto. E forse lo è già, ma la differenza con il privato è abissale. La capacità di adattamento diventa fondamentale per poter cambiare la visione di come funzionano le cose.

Bisogna comprendere che, per come hanno funzionato le cose finora, la struttura gerarchica instaurata non riesce a comunicare con il personale. Le decisioni vengono dall’alto verso il basso, senza che i vertici si assumano responsabilità.

Morire, dormire.
Dormire, forse sognare. Sì, qui è l’ostacolo,
perché in quel sonno di morte quali sogni possano venire
dopo che ci siamo cavati di dosso questo groviglio mortale
deve farci riflettere. È questo lo scrupolo
che dà alla sventura una vita così lunga.

Nel pubblico, abbiamo la fortuna di dipendere dallo Stato, il che permette un’organizzazione che cambia a ogni legislatura. Non si sa se sarà in meglio o in peggio, ma si sa che potrà cambiare.

Tuttavia, non possiamo sapere se tutto questo porterà alla possibilità per ognuno di sentirsi realizzato e parte di un progetto.

Sono sicuro che molti dei miei pensieri siano attualmente condizionati dalla mia, ancora, poca esperienza in questo contesto. Oltre che dalle esperienze fatte finora.

Probabilmente fra qualche anno, quando sarà possibile partecipare a qualche progressione fra le aree, sempre che io non mi sia licenziato prima, cambierò idea e mi sentirò più in “pace” con me stesso. O addirittura più realizzato.

* – Inteso come rapporto fra datore di lavoro e dipendente, che riescono a comunicare;

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